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Lettere alla redazione
Il blog di Socialistalab.it
Intervento inserito il 12/02/2010
Buoni motivi nel cambiamento delle Istituzioni
Come si sa, la storia è fatta di un susseguirsi continuo di eventi che nel tempo mettono in crisi anche i sistemi più solidi ed i principi che sembrano inattaccabili. Ed anche le Istituzioni sono sottoposte al logorio del tempo quando le caratteristiche del tessuto sociale - rispetto alle quali erano state pensate - cambiano.
La società italiana, nonostante il passaggio alla Repubblica e l'emanazione della Costituzione, ha mantenuto inalterata la propria essenza per lunghissimi decenni.
La cultura giuridica dominante - fino a tempi recenti - non ha mai messo in discussione i cardini dell'organizzazione centralistica e i principi su cui essa si fondava.
Ma con il tempo, la stabilità politica del Paese si è ormai consolidata.
Facendo, pian piano, venir meno quel contesto che aveva determinato la scelta accentrata ed autoritaria.
Poi, lo sviluppo della società civile - a sua volta – ha comportato l'insorgere di una accresciuta consapevolezza da parte del cittadino-utente del suo ruolo rispetto alle potestà pubbliche esercitate nei suoi confronti. Ruolo determinante, in tal senso, è anche da riconoscere all'accresciuto livello medio di istruzione che induce una lettura critica e non di supina acquiescenza rispetto all'organizzazione statale. Gli Enti Locali e Territoriali - maturando una nuova coscienza e senza momenti traumatici di conflitto - dovranno giocoforza instaurare un processo che cominci a rimettere molto in discussione.
Ma soprattutto iniziando a recepire le spinte di un necessario cambiamento. L'evoluzione è legata certamente all'instaurarsi di un diverso modo di intendere i rapporti con lo Stato da parte del cittadino – utente e da parte delle altre istituzioni pubbliche che rappresentano interessi generali, quali Comuni , Province e Regioni. Questo perché il cittadino-utente accetta - con sempre maggiore riluttanza - la posizione di supremazia che lo Stato giuridicamente esercita nei suoi confronti, impedendo l'instaurarsi di rapporti paritari. In buona sostanza, ha acquisito la consapevolezza che gli organi della P. A. erogano servizi rispetto ai quali viene reclamata la concreta possibilità legislativa di un'interlocuzione di carattere appunto paritario. E ciò, al di fuori dei principi propri del diritto amministrativo e con l'utilizzo degli schemi relazionali tipici del diritto civile.
Si innesta in tal modo un processo di cambiamento.
Che nasce nella "cultura" della società civile e il diritto positivo entra in una fase storica di adeguamento progressivo il quale ribalta principi che sembravano intangibili. Tra gli elementi che dimostrano il ribaltamento dei principi normativi ricordiamo, ad esempio, due norme il cui significato storico non è stato adeguatamente valutato: la legge sulla trasparenza amministrativa e l'introduzione della contrattazione collettiva nel pubblico impiego.
Con la legge 241/90 (e successive integrazioni e modificazioni) si introduce il diritto di accesso del cittadino agli atti del procedimento che lo riguardano ed una sua partecipazione attiva all'elaborazione dell'azione amministrativa. Essa, inoltre, pone termini rigorosi alla durata dei procedimenti fissati addirittura in trenta giorni ove le amministrazione pubbliche interessate non determinino, con proprio atto regolamentare.
L'inerzia dell'amministrazione nel rispetto dei tempi e nel corrispondere alle richiesta di prendere visione degli atti viene qualificata come omissione di atti di ufficio e quindi sanzionata penalmente a carico dei funzionari responsabili. La portata dei nuovi principi è stata – ovviamente - sottovalutata.
In quanto gli operatori della P.A. l'hanno vissuta come un intralcio all'azione amministrativa, per giunta denso di pericolose responsabilità personali.
Ciò ha offuscato l'enorme portata innovativa delle relative norme che si fondano sul principio di una posizione paritetica dei cittadini nei confronti degli organi dello Stato.
Rinunciare alla posizione di supremazia dello Stato per arrivare all'instaurazione di un rapporto bilaterale impostato sulla parità giuridica del soggetto pubblico e privato ha configurato una rivoluzione copernicana. Ribaltando un cardine organizzativo che - fino a pochi anni prima - sarebbe stato improponibile e suscettibile di essere considerato come un attentato alle istituzioni.
Avere culturalmente accettato di vulnerare un principio cardine è stato il cavallo di Troia che ha spalancato le porte al radicale rinnovamento dell'apparato pubblico. Ed oggi è reso manifesto da una serie di norme ormai entrate nel quotidiano come "normali" , ma che storicamente tali in realtà non erano. Non è certo per caso che - subito dopo la legge sulla trasparenza amministrativa - si assiste ad un altro evento normativo che fornisce lo spessore degli effetti innovativi che la rinuncia al principio di "autorità" produce nell'organizzazione pubblica.
Si afferma – infatti - per via legislativa, che il rapporto di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni abbia un contenuto la cui disciplina è affidata alla contrattazione collettiva. Ovvero gli accordi che la parte pubblica stipula con le organizzazioni sindacali rappresentative.
Come sappiamo, era consolidato il principio che il rapporto di lavoro pubblico dovesse essere disciplinato esclusivamente da norme unilateralmente poste dallo Stato.
Viceversa, affidare la disciplina del rapporto di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche allo strumento della contrattazione collettiva nazionale significa fare un enorme salto culturale in avanti, attribuendo agli "accordi" la natura di vere e proprie fonti di diritto.
Infatti il contratto collettivo, una volta stipulato con la sottoscrizione delle parti, produce immediatamente effetti e non ha bisogno di nessuna norma pubblica di recepimento per essere applicato.
La rivoluzione è evidente in quanto si tratta di trasferire nel campo della vita pubblica quei principi di diritto privato che fanno dei contratti il sistema diretto ed ordinario di regolazione dei rapporti fra le parti.
Si tratta di una trasposizione che ribadisce il definitivo abbandono della posizione di supremazia dello Stato tanto più che la contrattazione collettiva di lavoro è lo strumento normalmente utilizzato nel mondo del lavoro privato.
La strada di un cambiamento negli enti locali - richiesta con forza dalla società civile – appare iniziata ed ormai non più derogabile.
Intervento inviato da: Mimmo Razza
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